MILANO, OLTRE LA FOLLIA: IL COLLASSO DELLA SICUREZZA NELLA CITTÀ VETRINA
Se fai sempre le stesse cose, il risultato non cambia. E a Milano, da troppo tempo, si continua a ripetere lo stesso identico copione, sperando magicamente in un esito diverso. L’ultimo orrore consumatosi sulla banchina della linea M3 a Piazza Duomo – il cuore pulsante e teoricamente più sorvegliato della metropoli – non è solo un fatto di cronaca nera. È il sintomo plastico di un sistema di sicurezza urbana e di gestione dell’immigrazione che è strutturalmente al collasso.
Una ragazza di 23 anni sfregiata al volto, aggredita dal nulla mentre era con gli amici. L’aggressore? Un 27enne algerino, irregolare, che poche ore prima era già stato arrestato per furto e danneggiamento e – come da tragica prassi – immediatamente rilasciato. Un uomo che, prima di colpire, rivendica la violenza gridando: “Che cos’hai da guardare? Sono uomo e sono musulmano”.
La trappola del “gesto di un folle”
La tentazione della narrazione progressista e di certa sinistra è già scritta: liquidare l’episodio come l’atto isolato di uno squilibrato, una fatalità imprevedibile da trattare come problema psichiatrico. È un errore drammatico.
Minimizzare significa rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Qui non c’è follia estemporanea, c’è un mix tossico e ben identificabile:
- Ideologia e prevaricazione: La frase urlata dall’aggressore non è un delirio senza senso, ma l’esplicita rivendicazione di un patriarcato violento e di un’intolleranza che non accetta lo sguardo, la libertà e la presenza stessa di una donna nello spazio pubblico.
- Immigrazione fuori controllo: Il protagonismo di delinquenti stranieri irregolari in episodi di violenza urbana è un dato di fatto statistico che non può più essere taciuto per conformismo ideologico o paura di sembrare politicamente scorretti.
La giustizia “porta girevole”
C’è un dettaglio in questa vicenda che genera profonda rabbia e frustrazione: l’aggressore era stato arrestato la notte prima. Aveva vandalizzato auto, aveva rubato. È stato rimesso in libertà dopo la convalida, libero di circolare e di armarsi di coltello nel centro di Milano.
Come si può garantire la sicurezza dei cittadini se le forze dell’ordine sono costrette a bloccare a ripetizione gli stessi soggetti, in un ciclo infinito di arresti e rilasci immediati?
Questa non è giustizia, è una “porta girevole” che disarma lo Stato e lascia i cittadini – in questo caso una giovane donna – alla mercé della criminalità predatoria e violenta. Il reato ipotizzato, la deformazione dell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso, prevede pene severe (da 8 a 14 anni), aggravate dalle norme sul genere e sull’odio. Ma le pene servono a poco se il sistema non è in grado di prevenire la presenza di soggetti socialmente pericolosi sul territorio.
Quale futuro per Milano?
Milano non può continuare a vivere in questa schizofrenia: da un lato la narrazione della metropoli europea, smart, attrattiva e proiettata nel futuro; dall’altro la realtà sotterranea delle sue metropolitane e delle sue piazze, dove la violenza è ormai ordinaria amministrazione e dove intere aree sfuggono al controllo della legalità.
Il futuro di una città non si misura solo dai grattacieli o dal fatturato, ma dalla libertà di una ragazza di 23 anni di prendere la metropolitana alle tre e mezza di pomeriggio senza rischiare di essere segnata per sempre. Se le istituzioni locali e nazionali non cambieranno radicalmente approccio – nei confronti dell’irregolarità, della certezza della pena e del presidio del territorio – il risultato, purtroppo, rimarrà sempre lo stesso. E a pagare il prezzo saranno sempre i più indifesi.
