L’accanimento contro Gianni Alemanno: 6 giorni di pena e la vendetta di una burocrazia cieca
Il Ministero della Giustizia ricorre persino in Cassazione per negare uno sconto di 6 giorni per trattamento inumano a Rebibbia. Quando la burocrazia giudiziaria si trasforma in persecuzione politica.
C’è un confine sottile, ma chiaramente percepibile, che separa il rigore della legge dalla perversione dell’accanimento burocratico. Quando un dicastero dello Stato mobilita le sue energie, i suoi uffici legali e i soldi dei contribuenti per ricorrere fino al terzo grado di giudizio in Cassazione al solo scopo di infliggere sei singoli giorni di carcere a un cittadino che ha già scontato la sua pena, quel confine non viene semplicemente varcato: viene disintegrato.
Il caso della notifica ricevuta da Gianni Alemanno da parte dei Carabinieri della stazione di Monte Mario ha dell’incredibile. Oggetto della contesa: l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che riconosceva all’ex Sindaco di Roma ed ex Ministro una riduzione della pena di appena sei giorni, a causa delle condizioni inumane e degradanti subite durante la permanenza nell’istituto penitenziario di Rebibbia. Una decisione ordinaria per chiunque conosca la drammatica realtà degli istituti di pena italiani, ma diventata una vera e propria “questione di principio” per Via Arenula.
L’escalation burocratica: una sequenza surreale
Per comprendere l’assurdità della vicenda occorre ricostruire la sequenza dei fatti, che sembra procedere secondo i canoni di un romanzo kafkiano:
- In prima istanza, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) – con una mossa già di per sé rarissima – decide di impugnare la decisione con cui il Tribunale di Sorveglianza concedeva ad Alemanno lo sconto di sei giorni.
- Il 10 giugno scorso, il Tribunale di Sorveglianza rigetta nettamente l’impugnazione del DAP, confermando che l’invivibilità della cella e il sovraffollamento patito dall’ex detenuto meritavano quella ridottissima compensazione prevista dalla legge.
- Qualsiasi amministrazione dotata del minimo senso della misura e della proporzionalità si sarebbe fermata qui. E invece no: il Ministero della Giustizia ha deciso di spingersi oltre, presentando ricorso straordinario in Cassazione per rimandare Alemanno in cella a scontare ulteriori 144 ore.
«Di fronte all’evidente sproporzione di questi interventi e dei relativi costi, rispetto all’oggetto concreto del contenzioso, divengono inevitabili alcune domande. Al Ministero della Giustizia non hanno niente di meglio da fare?»
— Gianni Alemanno
Spesa pubblica e miopia istituzionale
Viene da chiedersi quanto sia costata alla collettività questa imponente architettura di ricorsi, memorie difensive e procedimenti in Cassazione. Decine di migliaia di euro di risorse pubbliche, tempo lavoro di magistrati e funzionari, notifiche delle forze dell’ordine: tutto questo per contrastare una riduzione di 6 giorni su una pena ormai conclusa.
Ma oltre al danno erariale e al paradosso giudizio, ciò che sconcerta è la completa cecità politica del Ministero guidato da Carlo Nordio. In un momento in cui le carceri italiane scoppiano, con un tasso di sovraffollamento che supera ogni limite di civiltà e una scia di suicidi tra detenuti e agenti di Polizia Penitenziaria che è una ferita aperta nel corpo della Repubblica, il Ministero trova il tempo e le risorse per accanirsi su un singolo ex detenuto reo di aver preteso il rispetto delle norme europee sui diritti umani.
Una punizione esemplare per chi rompe il silenzio?
I dubbi sollevati da Alemanno – oggi impegnato nel movimento politico Futuro Nazionale al fianco del Generale Roberto Vannacci – sono sacrosanti e richiedono una risposta immediata. Siamo di fronte a una semplice e cieca ostinazione burocratica o a una precisa punizione esemplare?
Dopo la sua scarcerazione, Alemanno non si è chiuso in un silenzio di comodo. Al contrario, forte dell’esperienza diretta sulla propria pelle, ha lanciato una battaglia culturale e politica proprio dal campo della destra sociale: «Entri in cella, il carcere è un vero inferno», aveva detto poche settimane fa rivolgendosi direttamente al Ministro Nordio, chiedendo interventi strutturali per rendere la pena conforme all’articolo 27 della Costituzione e funzionale alla riduzione della recidiva.
È questa voce scomoda che si vuole mettere a tacere? Dà fastidio che chi proviene da un certo percorso politico denunci il fallimento del sistema carcerario, smentendo la retorica del “buttiamo via la chiave”?
La richiesta a Nordio e l’attesa della Cassazione
Gianni Alemanno ha rinnovato la richiesta di un colloquio formale con il Ministro Nordio. Un confronto indispensabile per illustrare a Via Arenula ciò che accade realmente dentro le celle, oltre le relazioni edulcorate dei burocrati di palazzo. Se l’amministrazione nasconde la polvere sotto il tappeto, sia la politica ad assumersi la responsabilità del contatto con la realtà.
Dal punto di vista giudiziario, spetterà ora alla Suprema Corte di Cassazione pronunciarsi su questo ricorso. Ci auguriamo che i giudici supremi spazzino via con la forza del diritto un’iniziativa che rischia di ridicolizzare il senso stesso della Giustizia. Ma il nodo politico resta: uno Stato che spende energie per perseguire sei giorni di pena mentre il sistema penitenziario crolla sotto il peso dell’incuria non è uno Stato forte. È solo uno Stato rancoroso.
