Case popolari in Emilia-Romagna: il Pd smantella il merito e premia l’assistenzialismo ideologico
Cancellato il valore della residenza storica e rimosso l’obbligo del contratto di lavoro per gli extracomunitari. La Giunta de Pascale firma una resa culturale: quando la casa pubblica smette di essere un diritto guadagnato e diventa una marchetta ideologica.
C’era una volta il welfare emiliano, orgoglio di un territorio che rivendicava efficienza, coesione sociale e rispetto per il lavoro. Oggi di quel modello resta solo la cenere ideologica. Con un blitz notturno concluso all’alba, la maggioranza di centrosinistra guidata dal neo-presidente Michele de Pascale ha approvato la nuova delibera sull’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP).
Il risultato? Un chiaro, inequivocabile schiaffo in faccia a chi su questo territorio vive, lavora, paga le tasse e fa sacrifici da decenni.
La doppia beffa: via la residenza storica, via il contratto di lavoro
La manovra della Regione si fonda su due pilastri devastanti che stravolgono il senso stesso di “giustizia sociale”:
- Cancellazione del premio per la residenza storica: L’anzianità sul territorio non vale più nulla. Chi ha contribuito per trent’anni a costruire i servizi, le infrastrutture e il benessere di un Comune viene messo sullo stesso identico piano di chi è arrivato l’altro ieri.
- Abolizione dell’obbligo di lavoro per gli extracomunitari: Per accedere alle graduatorie degli alloggi pubblici non servirà più dimostrare di avere un regolare contratto di lavoro. Basterà un semplice permesso di soggiorno biennale.
Si compie così un cortocircuito grottesco: persino il regolamento varato nel 2018 dalla giunta di Stefano Bonaccini — che pur sempre Pd era — viene bollato come “troppo severo”. La nuova giunta sposta l’asse ancora più a sinistra, cedendo al dogma del permissivismo senza condizioni.
Lo scaricabarile e l’ipocrisia dei diritti
Per giustificare questo colpo di spugna, la maggioranza si fa scudo con le sentenze della Corte Costituzionale e del Tribunale di Bologna. Ma la realtà è un’altra: si usa il cavillo giuridico per coprire una precisa scelta politica.
A dimostrazione di quanto questa decisione sia viziata da una profonda codardia istituzionale, la Regione elimina il premio regionale per la residenza, ma scarica sui singoli Comuni la facoltà di reinserirlo. Tradotto: la Regione fa il fenomeno sulla pelle degli immigrati per compiacere la propria ala radicale, e lascia ai sindaci l’onere morale e legale di gestire il malcontento dei cittadini e il rischio dei ricorsi.
Un insulto a chi produce e paga le tasse
Un sistema sociale sano si regge su un patto ferreo: diritti e doveri vanno di pari passo. Chi riceve dall’amministrazione pubblica deve dimostrare di voler essere parte attiva della comunità.
Regalare il diritto all’alloggio pubblico a chi non ha un contratto di lavoro e non ha mai versato un euro di tasse sul territorio significa lanciare un messaggio devastante:
- Si incentiva l’assistenzialismo a fondo perduto: Perché sforzarsi di trovare un’occupazione regolare e integrarsi davvero se l’alloggio viene garantito a prescindere?
- Si premia il sommerso: Svincolare la casa dal contratto di lavoro significa fare un favore colossale a chi lavora in nero, svantaggiando i lavoratori onesti.
- Si innesca la guerra tra poveri: Gli alloggi non sono infiniti. Ogni appartamento assegnato con criteri permissivi è un appartamento tolto a famiglie italiane, giovani coppie e anziani che da anni aspettano in cima alle liste.
«Quando il radicamento sul territorio diventa una colpa e l’integrazione lavorativa diventa un optional, il welfare smette di essere solidarietà e diventa una resa.»
Il fallimento di una visione
L’integrazione si fa con il lavoro, con la legalità, con il rispetto delle regole e con la partecipazione attiva alla vita della comunità. Non con la svendita dei beni pubblici.
Smantellando ogni criterio di merito e di territorialità, la Regione Emilia-Romagna non sta aiutando gli ultimi: sta semplicemente demolendo la coesione sociale e umiliando chi ha sempre fatto il proprio dovere. Una scelta miope, ideologica e ingiusta che i cittadini non impiegheranno molto a rinfacciare nelle urne.
